Reddito di cittadinanza ok…ma la casa?

Tutti ma proprio tutti i candidati politici in questa campagna elettorale parlano di reddito di “cittadinanza”, come chiamato dal M5S, fornendo in ogni occasione il modello di recupero dei fondi necessari per il sostegno di questa iniziativa ma ancora non ho visto una soluzione in risposta alle esigenze abitative.

Housing Europe ha pubblicato il nuovo rapporto The State of Housing in the EU, che analizza la condizione abitativa in Europa. In base a quanto emerge, il settore abitativo è in ripresa, ma non tutti i cittadini né tutti i paesi ne stanno beneficiando.

Tenendo conto che le spese abitative rappresentano già la voce di uscita più consistente nei bilanci familiari dei cittadini europei – circa un quarto del bilancio familiare, ma il dato raggiunge valori più alti in alcuni Stati -, ne deriva che povertà abitativa e povertà economica sono sempre più connesse: l’11,3% della popolazione europea è sovraccaricata dai costi abitativi, percentuale che sale al 39,3% per coloro a rischio povertà. L’aumento dei costi abitativi colpisce in particolare i soggetti più vulnerabili, quali i giovani, i disoccupati e i lavoratori con bassi salari, gli immigrati, i genitori single, le persone con disabilità fisica e intellettiva, gli anziani che vivono in alloggi non adatti alle esigenze della vecchiaia ma che non hanno abbastanza risparmi per cambiarli.

Sebbene i costi abitativi siano più alti per chi vive in un alloggio in affitto, anche coloro che dispongono di un alloggio di proprietà possono sperimentare condizioni di povertà abitativa. È il caso dei “poor home owners” – particolarmente diffusi nell’Est Europa, ma in espansione anche nell’Europa meridionale – cioè di coloro che hanno sì un alloggio di proprietà ma un alloggio di scarsa qualità, che ad esempio faticano a tenere caldo in quanto vetusto, o salubre in quanto fatiscente, o che li costringe a spendere centinaia di euro in utenze perché energeticamente inefficiente.

Per quanto riguarda l’intervento pubblico, in Europa si assiste a una generalizzata riduzione degli investimenti nel settore abitativo, riduzione avviata già prima della crisi ed aumentata con l’austerità. Pur con alcune eccezioni, le scelte recenti sono state orientate a supportare la domanda di alloggi (ad esempio sotto forma di contributi e sussidi per cittadini a basso reddito), anziché a supportare l’offerta (ad esempio costruendo nuove abitazioni a affitto calmierato). Le politiche pubbliche intraprese si stanno rivelando in molti casi insufficienti a invertire la rotta – solo la Finlandia è stata in grado di ridurre il numero dei senzatetto. In generale, i paesi con un sistema di edilizia sociale più robusto, come l’Austria, si sono dimostrati più resilienti, mentre i paesi dove l’edilizia sociale è poco diffusa e/o dove vi è stata una maggiore restrizione dei finanziamenti pubblici, come Italia, Grecia e Portogallo, hanno incontrato maggiori difficoltà, e si stanno sforzando di trovare modi con cui investire nell’offerta e manutenzione degli alloggi e di intraprendere nuove misure sociali.

In Italia si riscontra ancora una forte prevalenza di persone che vivono in un alloggio di proprietà (71,9%) rispetto all’affitto (14,8%) in affitto e mentre il 9.6% vive in un alloggio in cui non paga affitto. Solo il 3,7% abita in un alloggio a canone ridotto, di cui il 75% in un alloggio ERP. Sono 7 milioni invece le abitazioni vuote o seconde case.Attualmente sono 1,7 milioni le famiglie a rischio di povertà abitativa, e sono in aumento le richieste di alloggi a canone ridotto, ma le liste di attesa municipali contano circa 650 mila persone.

Sono solo 750.000 i nuclei familiari che vivono in un alloggio pubblico, ossia un terzo dei potenziali bisognosi.

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