Da un crowdfunding di 3 milioni di sterline a una exit che ne vale 85 in soli 8 mesi.

E’ stata l’operazione più interessante negli ultimi mesi, si tratta della Camden Town Brewery, una delle più note catene di pub-birrerie artigianali londinesi nata nel 2010 (con solo tre dipendenti) per opera di un allora 34enne australiano, Jasper Cuppaidge e ora acquisita dal gigante delle birre AB InBev.

Siamo molto distanti dalle ultime esperienze italiane, ma secondo alcuni esperti una regolamentazione sull’equity crowdfunding diversa da quell’attuale (il regolamento Consob che verrà rivisto a breve) e più simile a quella britannica potrebbe aiutare a far accadere storie del genere anche in Italia.

Per chi ha puntato sul crowdfunding un ritorno del 70%

Certo è che il “regalo” ricevuto da chi solo otto mesi fa aveva investito nel crowdfunding lanciato dalla catena di birrerie avrà lasciato sicuramente senza fiato i fortunati investitori. C’è da dire che già a luglio, quando si è conclusa la plurimilionaria raccolta di fondi online (oltre 2.750.000 di sterline a fronte di un obiettivo di 1.500.000, una percentuale di successo che va quindi oltre il 180%), alla società era stato dato un valore superiore ai 50 milioni. A detenere oltre il 95% della società, attualmente sono ancora Jasper, la sua famiglia e tre suoi migliori amici, che ad occhio e croce avranno quindi guadagnato da questa operazione 80 milioni di sterline. Mentre, esaminando l’ultimo bilancio di quella che è ancora una società a tutti gli effetti molto giovane si scopre che su un fatturato di oltre 9,5 milioni, l’utile ante imposte si ferma a 319.000 sterline.

L’equity crowdfunding all’italiana è molto diverso da quello del Regno Unito, per la cultura, per il tipo di imprese che vi ricorrono, ma anche per la normativa. In Italia purtroppo non esistono gli strumenti giuridici per far crescere l’equity crowdfunding (che significa raccogliere denaro in cambio di una parte della società). Il problema è piuttosto facile da risolvere tecnicamente, ma i legislatori Italiani hanno sempre qualche difficoltà ad applicare soluzioni semplici. La sensazione dall’estero è che — in Italia — se una soluzione non è complicata non piace.

Stefano Tresca managing partner di iSeed ed ex avvocato, ha aperto un bel dibattito, facendo notare che: un grosso ostacolo allo sviluppo dell’equity crowdfunding in Italia è la struttura delle SRL. In Inghilterra, in Inghilterra infatti le SRL (LTD) hanno le azioni come le SPA Italiane. In Italia invece, hanno le “quote”. «Sembra un gioco di parole per avvocati ma la differenza è sostanziale –spiega Tresca – In Inghilterra gli imprenditori con 15 sterline (circa 20 euro) e 15 minuti online possono emettere nuove azioni e venderle al miglior offerente. In questo modo, un impiegato può decidere di investire £ 100 in un bel progetto. In Italia le SRL hanno le quote e questo significa passare per il notaio». Come spiega Tresca, tutto ciò non si esaurisce solo in un problema di costi, ma significa anche trovare un giorno in cui sia il notaio, sia tutti gli investitori siano liberi. «Poi bisogna sperare che quel giorno gli investitori non abbiano cambiato idea. Insomma c’è bisogno per forza di due intermediari. Non solo il notaio, ma la piattaforma di crowdfunding che firma dal notaio come rappresentante degli investitori. Mentre in Inghilterra l’investitore riceve le azioni direttamente e senza costi. Non entro nella differenza tecnica sulla natura tra “quote” e “azioni”. Ma il problema maggiore dal punto di vista legale è questo. Cambiare “quote” in “azioni” è una cosa piuttosto semplice. Forse è per questo che non piace», conclude Tresca.

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