In 26 Stati su 28 dell’Ue la tassazione sugli immobili ha un ruolo di rilievo, quindi l’Imu in Italia ha solo «allineato il sistema fiscale italiano a quello degli altri Paesi europei». Questo il senso della nota che mercoledì arriverà sul tavolo del ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, da parte della Commissione finanze del Senato che sta elaborando un documento unitario sulla tassazione sugli immobili con l’obiettivo di fornire indirizzi al governo in vista della riforma dell’Imu.

Dall’analisi emerge che, se è vero che sull’Italia pesano nove tipi di tasse sugli immobili, è pur vero che anche nel resto dell’Ue la casa è tartassata: al punto che nel 2011 le imposte ricorrenti sulla proprietà immobiliare sono state pari all’1,4% del Pil contro lo 0,7% dell’Italia. Che solo nel 2012 si è rimessa più che in pari, arrivando con l’Imu all’1,5%. Un confronto tra l’Italia e gli altri maggiori Paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna) mostra anzi forti similitudini tra norme. E una differenza: negli altri Paesi sono le amministrazioni locali a disporre delle imposte sulla proprietà o sull’occupazione di abitazioni e beni strumentali, e anzi in certi casi entrano direttamente nelle loro casse anche le imposte sui trasferimenti (quelle che si pagano dal notaio, per capirci). Una constatazione che potrebbe spingere il governo a delegare ai Comuni la tassa sulla casa, magari sotto la forma della council tax inglese, che comprende anche il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti (da noi includerebbe la Tares). Oppure tenendola separata, come in Francia e Spagna, dove sono previsti prelievi per i rifiuti commisurati alle rendite catastali. Diverso il caso Germania, che ricorre a tariffe pay as you throw (paghi là dove getti).
Ma ecco cosa succede all’estero rispetto ai quattro filoni delle tasse sulla casa, partendo dalle imposte di natura reddituale (che in Italia sono Ires, Irpef e cedolare secca): nessuno dei Paesi considerati, proprio come l’Italia, tassa il reddito figurativo dell’abitazione principale. Sono invece compresi i redditi da locazione, in genere con tassazione progressiva e la possibilità di dedurre le spese.

Per il capitolo imposte patrimoniali, che da noi si concretizza nell’Imu, il discorso è più complesso. In Germania paga il proprietario, ma l’aliquota – calcolata sul valore catastale – varia in base ai Laender: a Ovest pagano da 0,26% a 0,35%, a Est da 0,5% a 1%, e si applicano moltiplicatori locali. Anche in Spagna paga il proprietario, ma l’Impuesto sobre bienes inmuebles, sul valore catastale, va dallo 0,4% all’1,1%. In Inghilterra la council tax la paga l’occupante, ma qui la base imponibile è calcolata sul valore commerciale: la tassa prevede cifre fisse differenti per fasce di valore, e nel 2012-2013 la media del pagamento è stata di 1.201 sterline. In Francia la tassa sulla rendita catastale la paga il proprietario (il 34,96% nel 2012) o l’occupante (23,83%).

Il terzo capitolo è quello delle imposte sui trasferimenti, che da noi si concretizzano in Iva, registro e bollo, ipotecaria e catastale, successioni e donazioni. Anche negli altri Paesi ci sono le imposte d’atto sui trasferimenti. Le aliquote sono progressive nel Regno Unito (aumentano con l’aumentare dell’imponibile) e proporzionali (aliquote che non cambiano) altrove. Così come le imposte di successione e donazione, che hanno ovunque aliquote progressive ma sono più care che in Italia. Infine, l’ultima tranche, registro e bollo sulle locazioni: esistono anche in Francia e Regno Unito (proporzionali) e in Spagna (fisse). Non esistono in Germania.

 

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